Alla vigilia del debutto letterario, lo scrittore Alfonso Dell'Accio descrive "La teiera incrinata", un romanzo duro che si augura possa diventare un film...

Alfonso Dell’Accio, nativo di Empoli e trapiantato per lavoro in provincia di Frosinone, è un biologo molecolare che, alla vigilia dei 40 anni, si butta in una delle avventure più intense della sua vita, il primo romanzo. Dopo concorsi letterari e corsi di scrittura creativa, arriva in libreria il 5 febbraio con “La teiera incrinata”, mentre ha già in cantiere un secondo progetto dedicato al confronto generazionale.

“La teiera incrinata” ha un sapore schietto, a tratti amaro, come solo la vita sa essere quando c’è in ballo la sopravvivenza. I protagonisti sono due coinquilini, Giada e Leo, nella cui vita fa incursione una terza figura, quella di Stefano. Cosa si nasconde davvero dietro le maschere sociali? Lo racconta l’autore, che naviga con i personaggi attraverso le intemperie dell’esistenza.

Qual è il punto di partenza della storia?
Tutto nasce dall’idea di parlare di fragilità senza retorica o eroismo. Ecco perché descrivo l’amore attraverso tre punti di vista, tra cui quello di chi crede che il sentimento sia la soluzione dei problemi personali (una fase che ho vissuto anch’io). lo considero un testo crudo e realistico, che propone temi delicati come la solitudine.

In che modo?
Giada è più pragmatica, Leo tende ad autosabotarsi per il troppo amore, forse è un vincente che non ci ha creduto abbastanza, in attesa di un passato che ritorni, mentre Stefano ha una visione un po’ idealistica, proiettata verso il futuro.

A cosa si riferisce il titolo?

Nella realtà l’oggetto da cui trae ispirazione è un bastone da trekking creato con il ramo di un castagno, ma non si prestava molto bene alla storia, quindi ho ripiegato sulla teiera incrinata, un oggetto non perfetto che però mantiene la propria funzione.

Come descriverebbe il tono del racconto?
Crudo, perché racconta storie non lineari né rassicuranti, e anche disilluso.

Quanto le appartengono queste caratteristiche?
La disillusione è qualcosa in cui mi riconosco…

E in cosa, invece, a parte le estremizzazioni di alcune situazioni raccontate, si sente meno distante da Leo?

La mia famiglia, al contrario della sua, ha accettato subito la mia omosessualità. Nella società in generale vedo una maggiore apertura, anche se rimangono ancora temi delicati come l’adozione. Volevo mostrare nel libro come Leo si senta inutile perché gli dicono che non può generare dei nipotini, con una sorta di tristezza.

Nessuna delle famiglie del libro ne esce bene. Come mai?
Non volevo generalizzare sul fatto che ogni famiglia fosse negativa, ma spesso è un ambiente in cui non ci si rende conto di com’è un figlio o una figlia. C’è una difficoltà nell’andare loro incontro e infatti in un passaggio del romanzo la psicologa dice a Leo che il legame familiare non deve per forza sfociare in una relazione.

Una delle dinamiche su cui ha puntato maggiormente?
I contrasti emotivi. Ogni personaggio nutre una speranza di cambiamento, ma poi nessuno di loro vuole metterlo in atto realmente, forse perché su di loro pesano le troppe aspettative.

Cosa vorrebbe che rimanesse nei lettori dopo la fine del romanzo?
Oggi siamo tutti troppo immersi in immagini iperestetiche e nessuno guarda a cosa c’è dietro. Spero che il libro mostri una vita più complessa di quanto si ipotizzi, motivo per cui alcune persone non ce la fanno.

Che tipo di letture la attraggono?
Preferisco i romanzi psicologici, mentre non vado molto d’accordo con i gialli. Ho un debole per Italo Calvino e ho scoperto Raymond Carver grazie all’insegnante di un corso di lettura. Ma non ho un autore di riferimento, l’importante è che le storie facciano risuonare in me qualcosa.

Come lo vedrebbe un adattamento del libro?
In maniera ironica dico agli amici che vorrei proporlo al regista Luca Guadagnino. Con lui potrebbe venire fuori un film fuori dal mainstream e sarebbe un sogno.